Donne e lavoro: una prospettiva di genere

01.05.2021
Le politiche messe in campo fino ad ora per fronteggiare la crisi  risultano insufficienti per ridurre le disparità di genere, già presenti nelle società tardo-capitalistiche e nella struttura occupazionale
Le politiche messe in campo fino ad ora per fronteggiare la crisi  risultano insufficienti per ridurre le disparità di genere, già presenti nelle società tardo-capitalistiche e nella struttura occupazionale

La crisi economico-sanitaria causata dal Covid-19 ha una spiccata connotazione di genere. È sulle donne che è gravato maggiormente l'impatto socio-economico della pandemia. Le politiche messe in campo fino ad ora per fronteggiare la crisi risultano insufficienti per ridurre le disparità di genere, già fortemente presenti nelle società tardo-capitalistiche e nella struttura occupazionale.

Secondo l'Onu, mediamente in tutti i Paesi le donne guadagnano meno e hanno maggiori probabilità di svolgere lavori precari, per non parlare del lavoro di cura non retribuito, il cui carico - unilateralmente distribuito - è aumentato notevolmente nell'ultimo anno.

La pandemia lascia le donne a casa, non solo in smart working

Nel febbraio scorso l'Istat ha diffuso i dati relativi all'occupazione nel mese di dicembre 2020. Dal report emerge che, rispetto al mese di novembre, risultano 1 101mila persone occupate in meno rispetto all'ultimo mese del 2020; di queste 99mila sono donne.

Cala il tasso di occupazione e cresce quello di inattività delle donne di 0,4 punti, mentre per gli uomini la stabilità dell'occupazione si associa ad un calo di 0,1 di inattivi.

Le donne occupate a dicembre 2020 risultano il 3,2% in meno rispetto a dicembre 2019, mentre gli uomini occupati in riferimento allo stesso periodo sono l′1% in meno . 2

Questi dati si spiegano come effetto delle chiusure selettive imposte per fronteggiare l'emergenza pandemica. I cali più rilevanti hanno riguardato in modo particolare il settore terziario che vede un'alta presenza di lavoratrici nel turismo, nella ristorazione, nel commercio, nei servizi domestici e alla persona.

L'alta concentrazione delle lavoratrici in tali settori occupazionali è dovuta a motivi culturali e di stereotipizzazione dei lavori, per cui si ritiene che le donne siano più inclini a svolgere determinate mansioni.

L'idea che le donne siano più o meno idonee a ricoprire uno specifico ruolo va di pari passo con il prestigio sociale ed economico che in un dato momento si attribuisce ad esso.

A determinare l'alta percentuale di disoccupate, inoltre, è la tipologia dei contratti di lavoro. A dicembre scadono molti contratti a termine, soprattutto nel comparto terziario e ciò spiega la recessione registrata con riguardo, in particolare, alle lavoratrici.

Il blocco dei licenziamenti e la Cassa integrazione e guadagni hanno salvaguardato il lavoro dipendente regolare a tempo indeterminato, ma non le altre tipologie contrattuali.

https://www.istat.it/it/files/2021/02/Occupati-e-disoccupati_dicembre_2020.pdf 1 https://www.istat.it/it/files//2020/11/Istat-Memoria-scritta-PDL-1818-e-1885.pdf 2

Tra marzo e settembre 2020, la cosiddetta "Cig-Covid" ha riguardato circa 6,1 milioni di dipendentə , con una significativa penalizzazione delle donne: solo il 27% delle lavoratrici hanno beneficiato di Cig; i contratti di lavoro, quindi, sono arrivati alla loro fine naturale senza che venissero prorogati o trasformati prima

della scadenza. La crisi occupazionale dovuta all'emergenza sanitaria ha così avuto «l'effetto di acuire alcuni dei divari preesistenti nel mercato del lavoro, primo fra tutti quello di genere», si legge nel Rapporto integrato sul mercato del lavoro 2020 .3

Le donne continuano ad essere l'esercito industriale di riserva, per usare le parole di Marx.

Smart working e lavori di cura: sulle donne grava il peso della conciliazione

Se si guarda alla gestione della pandemia, emerge una netta separazione fra lo spazio pubblico e lo spazio privato, fra lavoro retribuito e lavoro di cura, ben nota e di impianto patriarcale.

Nell'ultimo anno, mentre vi è stata una - seppur insufficiente - attenzione per il lavoro salariato e la produzione economica, non è stato lo stesso per il lavoro domestico e di cura, i quali - con la chiusura delle scuole, le lunghe permanenze in casa, l'aumento del bisogno di assistenza agli anziani ed il venir meno della rete informale di sostegno al lavoro di cura - sono diventati un peso insostenibile per le donne.

Il ricorso allo smart working e 30 giorni di congedo parentale retribuiti per lə lavoratorə con figliə al di sotto dei dodici anni non sono sufficienti come misure volte alla protezione sociale, soprattutto in un'ottica di riequilibro di genere: è più probabile che siano le donne a restare a casa, anche rinunciando al loro impiego.4 Continuano ad essere le donne ad avere le giornate lavorative più lunghe, ma il loro lavoro rimane invisibile per la società, dato per scontato, non retribuito, 5 nonostante siano loro, con il lavoro non salariato, a far sì che l'altra metà del mondo possa occuparsi di attività che generano profitto.

A tal proposito, l'UN Women fa notare che i governi del mondo dovrebbero introdurre tempestivamente e in modo permanente misure per alleviare le responsabilità domestiche investendo in servizi di assistenza.

Secondo il rapporto Global Gender Gap del World Economic Forum del 2020 attualmente il 40% delle cure all'infanzia in Italia sono a carico dei nonni e delle nonne, mentre le strutture per l'infanzia risultano insufficienti.

A livello personale, familiare e professionale sono le donne ad essersi trovate maggiormente in difficoltà a causa della pandemia. Durante i mesi di lockdown il

https://www.istat.it/it/files/2021/02/Il-Mercato-del-lavoro-2020-1.pdf 3

https://data.undp.org/gendertracker/ 4

Caroline Criado Perez, "Invisibili" 5

60% delle donne italiane (contro il 21% degli uomini) ha dovuto gestire da sola figliə, famiglia e persone anziane, spesso insieme al lavoro . 6

Nel 2019 il 5% delle persone occupate lavorava in smart working; nel secondo semestre del 2020 vi è stato un incremento superiore al 19%, fino a toccare il 26,3% per le lavoratrici con almeno unə figliə al di sotto dei 14 anni . 7 Lo smart working, soprattutto in un momento di distanziamento sociale, non risulta essere uno strumento positivo, poiché comporta il dover conciliare, nello stesso spazio e tempo, il pubblico ed il privato; inoltre la separazione tra il tempo libero e il tempo lavorativo, in questo modo, va fortemente sfumandosi. Nel 2016 l'European Quality of Life Survey mostrava che le donne trascorrono in media 39 ore ad occuparsi della cura delle figlie e dei figli, contro le 21 ore spese dagli uomini.

Concentrare diverse attività in casa si traduce, quindi, in una maggiore probabilità che sorgano conflitti nella conciliazione del lavoro e della vita domestica.8 I dati dell'Eurofound confermano un «deterioramento generale dell'equilibrio vita lavoro fra i lavoratori in Europa», e un maggior numero di conflitti di questo tipo per quanto riguarda le donne.

Inoltre i dati dicono che questa situazione ha effetti negativi sulla salute mentale delle donne in misura maggiore rispetto agli uomini, soprattutto in presenza di figliə piccolə: il 23% si è sentita stressata (contro il 19% degli uomini), il 14% sola (contro il 6% degli uomini).

In Italia il lavoro riproduttivo, domestico e di cura, non retribuito, è ancora considerato una prerogativa delle donne. Le politiche di conciliazione sono molto carenti e rinforzano questo stereotipo.

Nell'ultimo anno è risultata evidente la centralità dei lavori di cura, sia quelli retribuiti che quelli non salariati, nonostante il sistema neoliberista continui a ridurli a questione individuale.

Per ricercare l'eguaglianza bisogna intervenire subito, politicamente e culturalmente

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza potrebbe essere - o forse poteva essere - un'occasione preziosa per intervenire sulle diseguaglianze strutturali tra i generi. Dopo diverse stesure del PNRR si è giunti all'idea di fare della parità di genere un tema trasversale, che è la chiave per una visione davvero trasformista della società, ma non è chiaro in che modo verrà attuato un simile proposito; il rischio è che resti lettera morta.

6 «Donna e cura in tempo di Covid-19», Ipsos

7 https://www.istat.it/it/archivio/250219

https://www.eurofound.europa.eu/publications/blog/covid-19-fallout-takes-a-higher-toll-on- 8 women-economically-and-domestically

Tutti i dati confermano che la condizione della donna lavoratrice è penalizzata soprattutto dalla difficile conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Al fine di promuovere l' occupazione delle donne, non bastano politiche di incentivazione economica alle assunzioni, ma serve anzitutto allargare l'offerta di servizi per la prima infanzia, scuole e servizi per gli anziani, nonché promuovere forme organizzative del lavoro più favorevoli alla conciliazione.

Un tipo di conciliazione che vada oltre il paradigma attuale, per cui le donne finiscono con il farsi carico sia del lavoro retribuito che non salariato. Affinché vi sia una piena eguaglianza non sono solo le donne a dover entrare nello spazio pubblico, ma sono anche gli uomini a dover entrare nello spazio privato. È necessario vi sia una conciliazione basata sulla condivisione paritaria del lavoro domestico e di cura, e l'esternalizzazione di quest'ultimo con investimenti nelle infrastrutture sociali, assistenziali e culturali.

Serve eguaglianza nel reddito e nella struttura occupazionale, eguaglianza nella distribuzione del lavoro e del tempo libero, perchè «vogliamo il pane ma vogliamo anche le rose».

                                                                                                                                          Di Celeste Ferrigno

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